Nu Sarracino a Berlino

Buggerati nel cambiamento

Berlin, Mauer Park

Berlin, Mauer Park

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La regola è cambiare: locale, vestiti, auto, casa, vita. Cambiare umore, cambiare modo di pensare, cambiare corpo. “Se vuoi questo, fai questo” sembra esplodere da ogni cartello pubblicitario: e così, cambi ancora una volta. Vuoi cambiare vita? “Come a little closer” dice una scritta su di un “sei per tre”, nera su di un fondo bianco all’interno di una stazione metro di Berlino. Il problema è che si tratta di una pubblicità per un’impresa di pompe funebri per cui l’avvicinarsi comporterebbe il cascare sui binari! Vuoi entrare nel gotha dei migliori suonatori di flauto? Nel gotha dei migliori artisti di strada? Nel gotha dei migliori lanciatori di coriandoli? Cambia.

A Berlino si può fare: cambi lingua, abitudini, modo di pensare, di muoverti, di vestirti. A proposito del gotha, ho appena scoperto che Gotha è una città tedesca a sud ovest di Leipzig in cui veniva pubblicato, tra il 1763 ed il 1944, un almanacco a carattere regale: nel senso che trattava delle genealogie delle case regnanti europee e di conseguenza delle più note famiglie aristocratiche d’Europa. La crema di Berlino oggi è rappresentata da migliaia di artisti che animano le notti del “The place to be”: dj set in ogni locale, musicisti in ogni angolo di strada, gente strana che si aggira più che nel gotha a Gotham City, la scura città dell’uomo pipistrello molto simile a questa Berlino. Pipistrelli pochi, topi a morire. E poi il freddo, che a differenza di quanto mi dicono le persone, quest’anno non è poi così duro. O almeno non ancora.

Bisogna coprirsi bene e questa dannata tosse che non mi lascia da tre settimane è un segno evidente di quanto questo maledetto gelo ti entri nelle ossa. Il freddo addosso. Ma il termine addosso non rende tutta la forza e la pressione del napoletano “ncuollo”.  Corri da casa alla metro con una velocità da far invidia a Usain Bolt; da un posto all’altro, da un club ad un altro. Cambi. Da un cuore ad un altro cuore, incrociando tanti occhi, unica cosa che ti è permesso lasciare scoperto. Mi è stato detto che a febbraio il gelo brucia: ti ferisce la pelle in ogni centimetro lasciato scoperto. E allora non faccio altro che ricordare i due giorni prima di partire per questa terra teutonica: la mia spiaggia, il mio mare azzurro e trasparente, il calore del sole.

Ero a Santa Maria di Castellabate, la mia amata Santa Maria, godendo ancora del sole ottobrino, l’ultimo per me. Due giorni dopo nel freddo di Monaco, in un campo per camper, riscaldato fortunatamente dall’affetto degli altri sei cavalieri dell’apocalisse o se si preferisce della tavola rotonda, e dalle birre dei tendoni dell’Oktober Fest. Eh si, dal calore delle donnone tedesche, nei loro abiti tradizionali in grado di tenere sospesi anche i cocomeri più maturi, dal calore degli aliti di ubriaconi sparsi e misti in una bolgia di canti, urla e risate spontanee e veraci. Incroci sguardi di donne e ragioni su quanto sia bello essere ingenui. Su quanto sia bello non capire ciò che le donne spesso fanno finta di volere o effettivamente vogliono ma tu non capisci. Ingenuità, un modo di essere che nasce da dentro e dentro muore con una ignoranza cronica del male.

L’ingenuo non concepisce il male, l’illazione, il doppio senso, la malignità o la malvagità diffuse, la strafottenza, il male gratuito, la furbizia o l’offesa. Quando penso a questo termine  di scatto, in maniera quasi simultanea, lo associo ad un bambino. Un bambino che ti prende la mano e ti porta con sé in una guerra di “perché”, privo di accortezza, di saggezza, di sapere, e che rischia ad ogni passo di esplodere su un “ma” lasciato senza una spiegazione. Sono stato anche io un ingenuo. Quell’ingenuità che ti fa sentire a disagio. Quella in cui senza alcuna qualità levantina subivo incurante le strategie altrui. Oggi in me c’è solo l’apparenza, una finta ingenuità di facciata che nasconde una forte personalità ed uno spiccato sesto senso per le cose. Sono cambiato. Ma, se si è stati ingenui, un qualcosa rimane sempre in qualche parte del proprio essere: ed io lo sono ancora nella generosità. Sono bollato come un fesso generoso. Perché chi è ingenuo oggi è un fesso.

Oggi ho finalmente conosciuto i miei nuovi coinquilini, o meglio i proprietari di casa, appena tornati da tre mesi in India. Due giovani miei coetanei: lui, Jorg, ventinove anni, capelli lunghi biondi da poeta maledetto, un misto tra Kurt Cobain ed il Leonard Shelby del primo capolavoro di Cristopher Nolan, Memento. Induista ed amante della cultura di quel paese, mi ha battezzato con le acque del Gange. O meglio mi ha protetto ed augurato fortuna. Timido ha bussato alla porta della mia stanza e mi ha chiesto “Posso purificare anche la tua stanza? Questa è l’acqua del Gange”. Ho annuito con un rapido cenno ed ecco entrare il fiume sacro degli induisti nella mia stanza: su di una estesa cartina del mondo localizzata sulla mia parete, Jorg mi mostra il viaggio intrapreso in tre mesi focalizzandosi sulle tappe principali. Da nord a sud, da est ad ovest, tra treni, autobus e tanti passi. Cambiando sempre. Ininterrottamente. Vuole farmi un’altra passata purificatrice, ma cosa cambia? “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” (mi sa tanto di “Non può piovere per sempre), e quindi il Gange per ora può ritornare anche nei suoi argini, una bottiglia di acqua nella stanza di Jorg.

Le acque del Gange purificano. Spero portino via anche questa dannata tosse. Anche le ceneri dei morti in India vengono disperse nel fiume sacro: ho sempre pensato a questo in caso di (intanto sappiate che mi sto grattando i miei organi bassi)… beh, nel caso dovesse arrivare improvviso il demone con la falce. Magari questo scritto potrà essere una sorta di mio testamento nel futuro visto che sicuramente qualche amico lo starà leggendo. Non voglio nessuna sepoltura ma semplicemente gli organi donati ed il resto bruciato, annichilito e gettato nelle acque salate del Mediterraneo, a Santa Maria di Castellabate, zona Lago, dal belvedere dei Trezeni. Lì, davvero starò in pace.

Intanto Jorg mi prepara il tè indiano, speziato ma molto saporito. Si sente il cardamonio. Mentre lo prepara sembra quasi la dea Kali dalle molte mani (per fortuna la testa è solo una) cambiando una dopo l’altra, pentole e pentolini, mescendo spezie, aprendo buste,  versando latte ed acqua. Il risultato è ottimo: mi siedo, provo, annuisco e gli faccio i complimenti. Sarà una banalità, ma i complimenti fanno sempre piacere. Anche se uno se li aspetta e sarebbe superfluo farli: il “buono, ottimo direi” lo riempie di gioia. “Una delle strada per il Nirvana” penso tra me e me, lasciando viaggiare la mente su un rapido sorriso. Con Jorg c’è Elise, la fidanzata, francese, laureata in scienze del turismo, una vita tra alberghi, ristoranti e agenzie turistiche di mezza Europa. Abbiamo tutti la stessa età, quella che si avvicina agli “enta” ma gode ancora degli “enti”. Siamo tutti nella stessa condizione, aspettando risposte e continuando a muoverci in una battaglia infinita per la ricerca di un lavoro. E della libertà.

E su questo punto ho pensato molto ultimamente: Berlino, dipinta da tutti come una città in cui si può vivere raccattando bottiglie per strada, chiedendo gli aiuti economici dell’Hartz IV, facendo giochini strambi ai semafori o suonando sotto i ponti, è davvero una città libera? Offre libertà o non è altro che l’estremizzazione in negativo del modello fallito di società capitalista che però non si nasconde ma fa tutto alla luce del sole?

La situazione è leggermente migliore paragonata a quella italiana, ma le dinamiche che si sono sviluppate da noi, così come in Grecia, Spagna, Portogallo, stanno, poco alla volta, radicalizzandosi anche qua. Siamo degli strumenti in mano ai potenti, a chi è in grado di gestire capitali spostandoli da un paese all’altro, da una parte del mondo alla parte opposta, in qualunque settore, a chi può gestire qualunque losco affare e qualunque traffico. I cartelli, le banche, i pochi potenti che controllano alla fine anche gli Stati in cui viviamo. Se come diceva l’uomo del New Deal, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, che “la vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza” allora mi spiegate chi di noi giovani è libero?

Il capitalismo è oggi peggio della dittatura, modelli  falliti di società ed economia che si cibano di gente affamata. E Berlino ha fame: il più alto tasso di disoccupazione dell’intera Germania e una ascendente violenza per la strade.  Ma anche meno fiducia e tanta più gente che cerca di buggerarti, usando il termine nella sua accezione più vera, ossia il mettertelo proprio in quel posticino lì. Scusate la finesse ma la realtà è ben più cruda.“Caron, non ti crucciare” dice Dante nel III canto dell’Inferno al vecchio Caronte, “e pensa a campare”concludo io mettendo da parte per ora, tutti questi miseri crucci. Non sento ancora l’odore del cambiamento, sì perché il cambiamento ha un odore, ed è molto simile a quello di libertà.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 2, 2012 alle 12:56 am. È archiviata in Cambiamento, Convivenza, Interculturalità con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

2 pensieri su “Buggerati nel cambiamento

  1. Sarracino dovresrti scrivere più spesso. Le tue descrizioni somogliano a quelle che stilava W. S. Maugham!

  2. Pingback: Il tempo della crisi « Nu Sarracino a Berlino

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